“Si-no, giovane-vecchio. Forse i computer diventeranno intelligenti, ma intanto noi umani ci stiamo riducendo alla loro logica binaria” (Maria Ferraris, twitter). Alle volte i 140 caratteri di Twitter consentono di dire in poco spazio grandi verità.Questo è il tempo delle posizioni assolute e irriducibili, delle tifoserie compatte e l’una contro l’altra armate. Binarie appunto. Pensiamo al modo in cui si è combattuta la battaglia politica americana, fra Trump e la Clinton o alle contrapposizioni dure tra sostenitori del Sì e del No al Referendum; pensiamo al modo in cui ci si confronta tutti i giorni in televisione o sui social o nelle arene civili (dai condomini alle associazioni, anche le più pie). Si è pro o contro l’immigrazione, pro o contro le unioni civili, pro o contro il consumo di carne.

Ma non siamo computer e non dovrebbe appagarci una logica binaria, quanto un pensiero ispirato ai distinguo, i dipende,  i forse. Alle sfumature, più che al bianco o nero.Potessimo andare tutti a scuola, a scuola di arte del discutere. Quella che un tempo avremmo definito l’arte della retorica: la capacità di argomentare, di ascoltare le posizioni degli altri, di convincere e di lasciarsi convincere. Quando è il caso.

Me l’ha fatta riscoprire qualche anno fa, l’amico Andrea Granelli con la sua Associazione PerLaRe che si dedica proprio a questo. Lo scorso maggio ha organizzato nel carcere di Regina Coeli una disputa dialettica tra detenuti e studenti, intorno al tema della legittima difesa: è giusto uccide un ladro che entra in casa nostra? Un confronto tra posizioni opposte e all’apparenza irriducibili. Vinceva la squadra maggiormente in grado di difendere la propria tesi con argomentazioni credibili, senza perdere la calma, sbraitare o insultare.E’ un gioco che dovremmo fare tutti ogni tanto. Io ho cominciato a proporlo in aula ai miei studenti: divido la classe in due squadre. Una contro l’altra. Assegno un tema dilemmatico e li invito a sostenere la posizione assegnata anche quando (meglio se) non la condividono.Conduco il gioco, modero, passo la parola, li osservo. E soprattutto imparo moltissimo dalla loro “guerra di parole”. Mi colpisce come riescano piano piano a scaldarsi, a fare propria l’emozione della buona argomentazione. Capisco perché la retorica fosse così centrale nell’organizzazione dell’università medievale e perché si considerasse lecito discutere intorno a tutto, Dio, la natura, la scienza, la tecnica, le lingue, la chirurgia filosofia. Tutto veniva sottoposto alla confutazione, alla disputa e al confronto. In fondo sono così poche le questioni… che non ammettono replica!Torniamo a discutere, con stile. Solo così la nostra testa si apre e si libera da ogni pensiero polveroso.