Le regole di un cliente (non) perfetto

C’era una volta la fattura, poi arrivarono le equity e i partner
Di Elena Granata

Il cliente che non vuole pagare il servizio per cui ti ha contattato ha un identikit preciso. Non svela mai subito le carte, allude sempre ad una grande disponibilità economica – “non staremo mica a parlare subito di soldi” - reitera più possibile il momento della definizione dei compiti e dei costi.
Poi non appena si trova tra le mani il preventivo il suo volto si illumina e ti guarda come per dire: “Pensa di quali meschinità dobbiamo occuparci oggi”. Ma subitaneo un sorriso rassicurante e lusinghiero si fa largo sul suo viso e, a seconda dell’età, opta per uno dei seguenti schemi di gioco, non abbiamo ancora capito desunti da chissà quale manuale del perfetto imprenditore.

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Chi collabora, vince

Ogni attività sociale e collettiva funziona come una corsa a staffetta
Di Elena Granata

Nella staffetta non vince la squadra che ha i giocatori migliori, i più veloci, i più scattanti. Vince la squadra con la migliore sincronia e sintonia di gruppo. Dunque paradossalmente anche la più lenta. Ce lo ha spiegato Yves Morieux, direttore del Boston Consulting Group’s Institute for Organization, grande esperto di processi collettivi. La vittoria di una squadra non è determinata dalla somma di segmenti spazio-temporali, tutti perfetti ed omogenei.

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Quella volta a casa di Gillo Dorfles

L'intervista del 2008
Di Fiore de Lettera

E’ una delle più belle foto di Gillo. Ieratico, nella sua altera e compiaciuta inespressività. Volle regalarmi l’originale per ringraziarmi dell’intervista – pensate un po’ – che avremmo inserito in un mio piccolo libro. Parlammo di design e della storia del ‘900, di creatività e ispirazione, di miti e maestri, e alla fine gli chiesi: “Qual è l’oggetto che avresti voluto disegnare?” E lui: “la Porsche Carrera, senza alcun dubbio”. Era il 2008 e di anni ne aveva appena 97…

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Comunicazione e impresa sociale

Molto più di un’etichetta. Il marchio doc per l’impresa civile
Di ELENA GRANATA

Sarebbe bello che tra cento anni si potesse dire che l’Italia è stata grande non solo per la sua arte straordinaria, non solo per il cibo che tutti ci invidiano o il design e la bellezza, ma anche per l’economia. Quella dell’impresa sociale e dell’idea che l’economia non sia soltanto in mano a grandi capitali e grandi capitani ma che sia anche la capacità di generare ricchezze nei territori e nelle comunità, valorizzando creatività sociali e culturali.

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ADIDAS A BERLINO

SUL MERCATO UN PAIO DI SNEAKER ISPIRATO ALLA METROPOLITANA BERLINESE
Di GIOVANNI VECCHIO

Niente di meglio che un paio di scarpe per promuovere il trasporto pubblico. È l’idea, solo apparentemente bizzarra, alla base della nuova collaborazione tra Adidas e BVG, l’azienda dei trasporti pubblici berlinesi. Adidas ha appena messo sul mercato un paio di sneakers ispirato alla metropolitana berlinese, riprendendone i colori della tappezzeria dei sedili. Ma ancora più speciale è la linguetta delle scarpe: è un abbonamento annuale in piena regola, valido su tutta la rete del trasporto pubblico berlinese. Con la semplice scritta “biglietto annuale a tariffa speciale”, le nuove sneaker di Adidas permettono infatti di circolare liberamente su tram, autobus e metropolitane della capitale tedesca, senza che i temibili controllori della BVG possano avere nulla da obiettare.

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RICHARD THALER E LA SPINTA GENTILE

NOBEL PER L'ECONOMIA E ALL'ENERGIA DELL'IRRAZIONALE
Di ELENA GRANATA

Come si convincono le persone a non entrare con i Suv in un centro storico? Come si motivano gli utenti di una mensa scolastica a mangiare più frutta e verdura? Come si incentivano comportamenti virtuosi e rispettosi dell’ambiente? Non esiste solo la costrizione o l’educazione, né la persuasione o la presenza di motivazioni intrinseche. Le persone possono essere indotte a compiere buone scelte da “pungoli leggeri” che fanno leva sulla loro componente più irrazionale. E’ questa in sintesi la scoperta portata dagli studi sui comportamenti e le scelte economiche degli individui condotta da Richard Thaler, dell’università di Chicago, da ieri ufficialmente insignito ieri del Nobel per l’Economia.

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Il Give Back di Diego Piacentini

L'ex big di Apple e Amazon al lavoro (gratis per 2 anni) sul digitale per tutti
Di ELENA GRANATA

Give Back, dicono gli americani. Dai indietro. Restituisci alla comunità quanto hai ricevuto. E se hai ricevuto molto - dalla scuola, dall’università, dalla tua azienda - restituisci molto. Potremmo tradurre il concetto anche con gratitudine, se la parola fosse meno poetica e più pragmatica e ci aiutasse a dire: sono grato per quanto ho ricevuto e dunque mi adopero per restituire alla mia comunità un pizzico della mia fortuna. Mentre leggo la storia di Diego Piacentini trasecolo. Cinquant’anni e poco, 13 anni trascorsi in Apple alla scuola di Steve Job e poi 16 come dirigente in Amazon, è stato chiamato dal governo italiano come Commissario straordinario per introdurre il digitale nella vita dei cittadini. E ha accettato di partire, armi e bagagli, in cambio di nulla. Sì, perché Piacentini ha accettato di prendere un’aspettativa da Amazon di due anni e di lavorare gratuitamente.

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Discutere con stile è un’arte

(anche della persuasione). L'esperimento di Andrea Granelli a regina Coeli ce lo dimostra
Di FIORE DE LETTERA

“Si-no, giovane-vecchio. Forse i computer diventeranno intelligenti, ma intanto noi umani ci stiamo riducendo alla loro logica binaria” (Maria Ferraris, twitter). Alle volte i 140 caratteri di Twitter consentono di dire in poco spazio grandi verità. Questo è il tempo delle posizioni assolute e irriducibili, delle tifoserie compatte e l’una contro l’altra armate. Binarie appunto. Pensiamo al modo in cui si è combattuta la battaglia politica americana, fra Trump e la Clinton o alle contrapposizioni dure tra sostenitori del Sì e del No al Referendum; pensiamo al modo in cui ci si confronta tutti i giorni in televisione o sui social o nelle arene civili (dai condomini alle associazioni, anche le più pie). Si è pro o contro l’immigrazione, pro o contro le unioni civili, pro o contro il consumo di carne.

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Ufficio o asilo nido?

Google e Facebook ci insegnano a bambinizzare gli spazi del lavoro
Di FIORE DE LETTERA

Tutto è morbido, ovattato, colorato e giocoso. Piccoli animaletti appesi alle pareti, cuscini appoggiati a terra dove sdraiarsi gioiosamente, amache appese alle pareti ed enormi scivoli.  Non è la nuova estetica degli asilo nido o delle nursery da ospedale. Bambinizzare gli spazi di rappresentanza è diventata l’ultima tendenza del design di interni di grandi sedi bancarie e multinazionali. E per quanto fatichiamo davvero a immaginare seriosi manager in giacca e cravatta perdere ogni compostezza per rotolarsi tra i cuscini tra una delibera e l’altra, oggi lo smart work va proprio in questa direzione.

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Vorrei ma posso. Quando voglio

paradossi ed esperienze del consumo di chi vive in città
Di Elena GRANATA

Dove abito io potrei fare la spesa in ogni ora del giorno. Tutto il giorno e tutta la notte. Se nel cuore della notte mi ricordo che mi manca il sale non è un problema. Non devo certo bussare al vicino di casa. Potrei andare al cinema tutti i giorni e vedere un film diverso, la multisala cambia programmazione tutti i mercoledì. Ogni domenica potrei andare a teatro, al museo, alla pinacoteca, sentire un concerto in una bella sala o in un parco d’estate. Quanto a mangiare, in ogni angolo della città trovo cibo in abbondanza e per tutte le tasche, di ogni gusto e provenienza. Posso scegliere la scuola dei miei figli, tra molte, decidere a quali gruppi sportivi iscriverli. Se avessi molto tempo potrei attardarmi nei piccoli negozi del quartiere, se ne avessi pochissimo potrei decidere di farmi portare la spesa a casa, un piatto già pronto prima dell’arrivo degli ospiti, una pizza a tarda ora. Sono moltissimi i luoghi pubblici in cui collegarmi a internet alla massima velocità, dunque potrei lavorare seduta in un parco o sulla panchina di una piazza.

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