Nella staffetta non vince la squadra che ha i giocatori migliori, i più veloci, i più scattanti. Vince la squadra con la migliore sincronia e sintonia di gruppo. Dunque paradossalmente anche la più lenta.Ce lo ha spiegato Yves Morieux, direttore del Boston Consulting Group’s Institute for Organization, grande esperto di processi collettivi. La vittoria di una squadra non è determinata dalla somma di segmenti spazio-temporali, tutti perfetti ed omogenei.

Dipende da quell’imponderabile energia che si sprigiona nella collaborazione tra i singoli corridori. Grazie alla collaborazione, l’intero vale più della somma delle parti. “Non è poesia, né filosofia. E’ matematica. La collaborazione semplicemente moltiplica l’energia e l’intelligenza degli sforzi umani”. Sta tutto qui il potenziale degli sforzi umani: consentire alle persone di ottenere insieme quello che da soli non potrebbero mai raggiungere. Ogni attività sociale e collettiva funziona come una corsa a staffetta. Così in politica, nella ricerca, nell’economia. Così nella gestione di un’azienda o nella organizzazione di una scuola. E’ la capacità di collaborare che può fare la differenza tra un sistema vincente e uno a scartamento ridotto. Saperlo non basta. Ciascuno di noi potrebbe vantare una casistica corposa di situazioni - dalla riunione del consiglio di amministrazione, al condominio, alle associazioni di volontariato - in cui progetti bellissimi naufragano per l’incapacità di lavorare insieme senza conflitti e prevaricazioni. Che grande fatica si fa, ovunque. Lo spettacolo desolante del nostro Parlamento in queste settimane rivela quanto i protagonismi facciano male al sistema, quanto persino le intelligenze isolate e incapaci di scambio e interazione con gli altri producano effetti negativi per tutti. Anche negli ambienti ad alta missione civile chi gioca da solo lo fa perché crede che valga lo scatto individuale, il colpo di intelligenza, la prontezza di nervi e la risposta pronta. “Io” - parola magica - prima persona individuale, spesso di genere maschile, talvolta intelligente e capace, più spesso solo narcisisticamente convinto di esserlo. La sua missione è arrivare primo, cavalcare ogni palcoscenico, ridurre gli altri a comparse inutili. E cercare il plauso sempre e comunque. Mentre collaborare è un’attività creativa che si serve dei deboli e dei forti, perché non dimentica il senso e l’obiettivo del proprio agire. E’ capacità di dialogare, di leggere dietro le parole degli altri. Richiede di usare il condizionale, di non essere sempre e solo assertivi, di guardare l’altro con empatia e non solo con simpatia. Lasciamo i corridori da 100 metri alle loro gare solitarie, non hanno bisogno di sentirsi ripetere da un coro di replicanti che sono i migliori. Noi siamo tipi da squadra.