Responsabilità sociale d'impresa

La famosa azienda italiana, collocata dagli anni Sessanta nel bel paesaggio dell’Italia centrale, si potrebbe dire che è una fabbrica modello. Sempre più attenta ai bisogni dei suoi dipendenti che fa lavorare in un ambiente sicuro e confortevole, capace di generare occupazione sul territorio, sensibile allo spopolamento e all’abbandono delle sue terre. Viene presentata entro una rassegna di aziende italiane capaci di interpretare al meglio il tema dell’innovazione tecnologica e della responsabilità sociale d’impresa (Ciclo di incontri FabbricaFuturo promossa da Este Edizioni, casa editrice di cultura d'impresa di Milano; si veda in proposito l’articolo https://www.fabbricafuturo.it/la-svolta-digitale-di-benelli-armi/).

C’è un però, che mi turba profondamente. La famosa azienda - Benelli - produce armi. Armi di ogni tipo, per la caccia, lo sport e la difesa personale, che esporta in 78 Paesi del mondo.Prendo mouse e tastiera, e avanzo delle critiche al fatto che un’azienda che produce armi possa essere indicata come esempio di impresa civile. Prontamente mi viene risposto che queste aziende innovano e contribuiscono ad aumentare l’occupazione facendo crescere i territori: “come sia pericoloso appellarsi a motivi etici decidendo a priori cosa bisogna produrre e cosa no. Bisogna considerare quanto una produzione porti benessere alle persone che ci lavorano, e ai territori”. L’argomentazione non è inusuale. Contempla un’idea parziale di responsabilità che non possiamo condividere. Divide tra effetti diretti delle scelte - qualità di vita dei lavoratori, impatto territoriale, salute - su cui si pensa di avere delle responsabilità e effetti indiretti delle nostre azioni, che in nessun modo dipendono da noi. Un’azienda che produce armi non ha responsabilità su come verranno usate; se produce microchip non è responsabile se li vende ad aziende che li usano nelle mine anti-uomo. L’etica muove proprio dal ragionamento opposto. Guarda oltre, allarga lo spettro delle nostre responsabilità. Posso essere civile qui, se quello che produco è utilizzato nelle guerre del mondo per uccidere donne, uomini, bambini? Dove finisce la mia responsabilità?

L’economia e il profitto sanno armare le persone e le aziende di ogni giustificazione retorica al male. E oggi, paradossalmente più che nel passato, sono proprio queste aziende a lavorare al meglio sulla propria immagine aziendale così da confonderci le idee e annacquare i nostri valori collettivi. Un tempo le aziende che producevano morte - dal tabacco alle armi - mascheravano il loro brand con prodotti secondari, come vestiti, automobili, accessori e borse. In questo modo il nome del marchio circolava senza fare riferimento diretto ad un prodotto poco etico. Oggi, le strategie sono altre. Si sposta l’attenzione dal prodotto al processo, come se questo slittamento possa rendere immediatamente virtuoso anche il prodotto. L’attenzione viene spostata sul modo in cui è organizzata l’azienda, sui processi di automazione, sull’utilizzo di nuove tecnologie, virtuose e pulite per definizione.Ma non basta, il branding si alimenta di narrazioni positive e di arene di riconoscibilità del proprio onore. Si partecipa ai talk in cui si parla di responsabilità sociale di impresa perché è caduto ogni tabù e ogni pudore intorno al proprio ruolo. Ci si accredita nei circoli dove si parla di etica, di ambiente rimuovendo dall’immaginario collettivo l’altrove e l’oltre il proprio giardino curato. Entro una mostruosa versione del Not in my Back Yard, si ha cura del proprio intorno, si invoca il tema della produttività e dell’innovazione tecnologica, ci si appella alla responsabilità sociale di impresa (almeno a parole), scaricando altrove costi ed effetti collaterali. In questo gioco di reciproco riconoscimento (Ethical Washing?) siamo dentro tutti: editoria di settore, economisti più o meno civili, intellettuali, commentatori. Tutti ad affrettarsi a dire che non si può dire a priori cosa si produrre e cosa no. Siamo stati prima capaci di perdonare imprese che hanno distrutto l’ambiente per qualche politica di Green Washing, di chiudere un occhio sui diritti umani, guardando a qualche campagna sociale costruita dalle stesse aziende produttrici, ora siamo pronti per accogliere con bon ton e grande gentilezza chi produce bombe e fucili e poi si prodiga per ricostruire il tetto della chiesa o il giardino dell’asilo, che ci spiega come ha migliorato la produttività con l’Industria 4.0, senza tagliare posti di lavoro. 

La narrazione di Paolo Viti, Direttore dello Stabilimento Benelli Armi per l’azienda di Urbino è in tal senso molto eloquente. “Per contestualizzare la crescita dell’azienda di armi da fuoco basti pensare che all’inizio degli Anni 90 le linee ‘sfornavano’ oltre 40mila fucili all’anno e impiegavano un organico di 124 dipendenti. Oggi abbiamo una capacità produttiva di 220mila fucili all’anno e il nostro organico è salito a 272 lavoratori, anche a riprova di come automazione e robotizzazione non abbiano tolto posti di lavoro, tutt’altro”, sottolinea il Direttore di Stabilimento (Sistemi&Impresa, 2018).Chi sappia cogliere questa informazione entro un quadro più ampio non può capire che il mercato delle armi è oggi uno dei più fiorenti, non perché ha saputo migliorare il suo approccio tecnologico ma perché si sono moltiplicati i focolai di guerra in ogni parte del mondo. L’uso di armi anche fuori dai contesti di guerra è una delle prime cause di mortalità nelle nuove generazioni. Secondo i dati prodotti dal Forum di Stoccolma per la pace e lo sviluppo nel 2018, la spesa militare mondiale totale è salita a 1.739 miliardi di dollari nel 2017. Il business è più che consolidato: l’export di armi verso i Paesi esteri cresce e l’Italia si inserisce nei big dei produttori di armi. Collocandosi al nono posto con il 2.5% delle armi di tutto il mondo ed al quinto su scala europea. Preceduta da USA (34%), Russia (22%), Francia (6.7%), Germania (5.8%), Cina (5.7%), Regno Unito (4.8%), Spagna (2.9%) e Israele (2.9%). Chiude la classifica al decimo posto l’Olanda (2.1%). I dati si riferiscono alla produzione nel quadriennio 2013-2017 delle armi pesanti (aerei, navi, sottomarini, carri armati e sistemi missilistici).Partendo dai dati, resi pubblici da Istat ed Eurostat, il rapporto evidenzia per il 2017 una diminuzione del 9,3% rispetto all’anno precedente, con volume complessivo di esportazioni che passa da 1,3 miliardi di euro nel 2014 a 1,1 miliardi nel 2017. Il mercato è infatti affollato di nuovi paesi produttori. “Nel 2017 l’Italia - spiega Giorgio Beretta dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa (Opal) di Brescia - ha perso soprattutto un primato, quello delle esportazioni di armi non militari, che ora è della Repubblica Ceca. Si tratta di armi per il tiro sportivo, per la caccia, soprattutto i fucili semiautomatici di cui la Repubblica Ceca è un grosso fornitore e che stanno venendo fortemente importati anche in Italia. Tanto per capirci, parliamo di quei fucili che vengono anche usati nelle stragi in America». Se da un lato si è registrato un calo, tuttavia sono le armi per uso militare a costituire la quota principale delle esportazioni. «Ce ne vogliono di fucili per fare, come costo e come valore, le bombe, soprattutto quelle aeree», aggiunge Giorgio Beretta.

A noi restano le domande. E molte. Un imprenditore che nel nostro Paese offre servizi di welfare, asili nido e assistenza ai propri dipendenti e poi, con serenità, si arricchisce nel fiorente mercato delle armi mondiale, deve sollevare la nostra domanda etica. Una parte fintamente evoluta e laica di attori economici (anche cristiani) oggi ci risponderebbe che la responsabilità (e la colpa) ricade su chi poi le usa. Che le armi si usano anche a scopo ludico, venatorio, di difesa. A noi piace ricordare che le armi prima o poi uccidono e che il nostro benessere non può poggiare mai sul dolore di altre vite umane. Dovercelo ricordare è forse una delle spie più preoccupanti del nostro tempo.